Giovedi, Giugno 29, 2017 /
ItalianoEnglish
Notizie Giorno della Memoria 2011 - Discorso al Teatro Malibran
30Gen2011

Giorno della Memoria 2011 - Discorso al Teatro Malibran

Di seguito, l'intervento integrale del presidente della Comunità Ebraica di Venezia, Amos Luzzatto in occasione dell'evento promosso dall'Amministrazione comunale per le celebrazioni del "Giorno della Memoria" che si è svolto domenica 30 gennaio al Teatro Malibran di Venezia. Per la lettura dell'intervento del sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni si faccia riferimento alla pagina del sito del Comune raggiungibile QUI.

Signor Sindaco, Autorità, concittadini, per tutti coloro che erano allora già adulti, l’immagine del Maresciallo Montgomery che dettava le condizioni della resa all’Ammiraglio von Friedeburg, capo della delegazione tedesca, il 4 maggio 1945, aveva qualche cosa di miracoloso. Erano passati poco meno di sei anni dall’inizio del conflitto; più di una volta nel corso di quegli anni avevamo temuto di non sopravvivere fino a quel momento, più di una volta pareva inevitabile una vittoria del nazi-fascismo. Gli Alleati occidentali avevano chiamato quel giorno V-day ; si poteva finalmente tirare un respiro di sollievo. Non certo di gioia. Perché accanto alla sconfitta delle truppe dell’Asse erano emersi, peggiori delle peggiori previsioni, gli esiti di quella guerra contro l’umanità che, cominciata con la presa del potere di Hitler nel 1933 e continuata con fredda determinazione e con metodo scientifico, aveva sterminato in pochi anni sei milioni di ebrei, più di mezzo milione di zingari e tanti altri esseri umani che il nazismo aveva deciso non essere degni di vivere. Quelli di noi che, a guerra finita, ritrovavano faticosamente contatti, informazioni, frammenti di notizie in Europa, si muovevano in un cimitero. Famiglie intere sterminate, Comunità distrutte, centri di vita ebraica sradicati, masse di profughi che vagavano senza più casa, senza propri mezzi di sostentamento, per i quali era stato coniato un nuovo nome: displaced persons , persone private di un posto. Si diceva che si era toccato il fondo. Si diceva - e poi di disse con maggiore convinzione dopo Hiroshima e Nagasaki - che dopo tali orrori non sarebbe stata più possibile un’altra guerra. Io ne ero convinto. Devo ricordare quel saggio uomo di mio nonno materno che, sconsolato, ammoniva: “si diceva così anche nel 1918”. Molti lo consideravano un povero vecchio affranto dal pessimismo, ma ora sappiamo che era purtroppo soltanto un realista che conosceva troppo bene la natura umana. So bene che non racconto nulla di nuovo. Si pone però qui inevitabilmente una angosciata domanda circa il significato di questa nostra giornata: “Memoria”; ma quale memoria, di che cosa esattamente? E per farne che cosa? Certo, memoria dei fatti che si condensano nella parola ebraica Shoà. Ma dobbiamo scavare più a fondo. Si tratta anche della memoria di tanti – privati o governi, singole persone o istituzioni - che sapevano, che troppo spesso non potevano non sapere, esattamente come sapevano tanti che hanno rischiato la propria vita per salvare quella di ebrei in pericolo; che sapevano ma che hanno taciuto. Perché due memorie? Non vi è una sola risposta; scandalizzerò forse l’uditorio affermando che tutto sommato sembrano più coerenti coloro che ammettono che, almeno allora, credevano che fosse giusto così, che noi ebrei andassimo sterminati. Ma c’è chi nega che si potesse fare qualcosa di più, disconoscendo fra l’altro la Resistenza e le insurrezioni dei Ghetti. E’ stato detto che sarebbe stata meglio una resistenza silenziosa e non violenta, per “evitare il peggio”; E ci sono coloro che, quasi scaricando la responsabilità sugli ebrei stessi, chiedono, perché questi non si erano ribellati. Già, dentro ai vagoni piombati, stremati, assetati, molti addirittura già moribondi! Eppure, persino in queste condizioni, a Varsavia, a Lublino, persino nei campi, episodi di una estrema resistenza eroica non sono mancati. Forse la risposta più corretta è quella che indica come una intensa propaganda nazista avesse avvelenato le coscienze e disarmato la volontà democratica; portando fra l’altro all’inopinato crollo della Francia al primo urto; ed è questo particolarmente preoccupante, perché tale forma di propaganda esiste ancora, circola ancora, anzi negli ultimi tempi si è quasi intensificata. Ha anche un nuovo nome. Si chiama negazionismo. Quale scopo ci proponiamo dunque coltivando la memoria? Risponderei: quello di prevenire il ripetersi di vecchie intolleranze, di ideologie di odio e di sterminio, di impedire che la nostra si trasformi in una società dominata dalla forza bruta, dalla cultura dell’oppressione, dalla negazione del dialogo fra le genti, dalla messa all’indice e poi dal rogo dei libri, dal linguaggio delle armi. La memoria deve essere la nostra arma per promuovere il rispetto reciproco, quella battaglia delle idee che si chiama democrazia e molte volte almeno una elementare civiltà. Non posso garantire che ne saremo capaci. Posso però dichiararmi certo che è in questa direzione che dovremo avere la volontà collettiva di incamminarci. In mancanza di questa volontà questa giornata si trasformerebbe in una stanca commemorazione, in una cerimonia formale che forse potrà acquietare alcune coscienze ma non sarà un a eredità degna di questo nome da trasmettere ai nostri figli e ai nostri nipoti. E noi vogliamo invece lasciare loro una eredità di civiltà, una eredità per la quale valga a tutti noi la pena di impegnarci.

Amos Luzzatto

Scritto da Redazione, Pubblicato in Notizie

Questo sito utilizza cookie in linea con le tue preferenze. Cliccando sul bottone "Accetta" acconsentirai all'uso dei cookies. Per avere maggiori informazioni sui Cookies e su come eventualmente cancellarli visitare la nostra privacy policy.

Accetto i Cookies da questo sito

EU Cookie Directive Module Information