PARASHAT SHELACH LEKHÀ:
Venezia Ebraica - Jewish Venice
- A cura di Rav Alberto Sermoneta -
La parashà di questo shabbat descrive la celebre spedizione di quaranta giorni dei dodici rappresentanti delle tribù nella terra di Israele. Il loro ritorno è assai drammatico; gli esploratori, infatti, portano con se dei frutti, di dimensioni molto grandi, a testimonianza che la terra è abitata da giganti.
Il popolo si spaventa e manifesta terrore, chiedendo di ritornare in Egitto, dove almeno lì avrebbero mangiato gratis e in abbondanza. Il Signore li punisce e decreta che per quaranta anni – un anno per ogni giorno di permanenza nella terra – resteranno nel deserto e che la generazione uscita dall’Egitto non entrerà nella terra di Israele, all’infuori di Giosuè e Calev, che avevano si, confermato le parole degli altri esploratori, ma avevano fatto notare che il Signore li aveva sempre sostenuti, e anche questa volta sarebbe stato così.
I Rabbini si interrogano sulla durezza della punizione, di fronte all’umanità della legittima manifestazione di paura che aveva attraversato il popolo di Israele. Potremmo dividere e scollegare la domanda, perchè è si lecito avere sentimenti di paura ma, se il Signore aveva promesso sin dai tempi di Abramo di dare al popolo ebraico la terra di Israele, avrebbe sicuramente facilitato l’impresa. Come si può, quindi, interpretare la punizione? Si può aver paura ma senza influenzare il giudizio degli altri, in particolar modo se il sentimento provoca scoraggiamento in mezzo al popolo, in un momento in cui era invece fondamentale unione e determinazione forte. L’aver agito diversamente esprime l’inadeguatezza di quella parte del popolo, per le cui fragilità e insicurezze, non sarebbe riuscita a partecipare attivamente alle guerre di conquista.
L’altra cosa è la punizione reale, che deriva dall’aver parlato male della terra stessa: «va jozzihu dibbat ha arez ra’aà» – «ed espressero mal maldicenza contro la terra» (Bamidbar 13; 32). Torniamo sempre allo stesso eterno problema del nostro popolo che non perde mai l’occasione di praticare questo “sport” che continua a danneggiarci sempre in modo drammatico. Shelach lekhà è chiamata la parashà della lashon ha ra’, che non va fatta nemmeno contro le cose – le nostre cose; che provoca disastri e spaccature, dove tutti rimettono gran parte della propria esistenza provocando danni inestimabili, contro noi stessi.
Quante volte potremmo pensare di star zitti, prima di commettere danni.
I maestri della mishnà sostengono che è meglio il silenzio più di ogni altra cosa, poiché la maldicenza, ci si ritorce contro come un boomerang:
«[…] lo mazzati la guf tov mi sheticcà»
«[…] niente ho trovato di meglio per il corpo che il silenzio» (Avot, 1; 16).
Shabbat Shalom e Chodesh Tov,
Rav Alberto Sermoneta









