PARASHAT SHELACH LEKHÀ:

PARASHAT SHELACH LEKHÀ:

Venezia Ebraica - Jewish Venice
- A cura di Rav Alberto Sermoneta -

PARASHAT SHELACH LEKHÀ:

La parashà di questo shabbat descrive la celebre spedizione di quaranta giorni dei dodici rappresentanti delle tribù nella terra di Israele. Il loro ritorno è assai drammatico; gli esploratori, infatti, portano con se dei frutti, di dimensioni molto grandi, a testimonianza che la terra è abitata da giganti.

Il popolo si spaventa e manifesta terrore, chiedendo di ritornare in Egitto, dove almeno lì avrebbero mangiato gratis e in abbondanza. Il Signore li punisce e decreta che per quaranta anni – un anno per ogni giorno di permanenza nella terra – resteranno nel deserto e che la generazione uscita dall’Egitto non entrerà nella terra di Israele, all’infuori di Giosuè e Calev, che avevano si, confermato le parole degli altri esploratori, ma avevano fatto notare che il Signore li aveva sempre sostenuti, e anche questa volta sarebbe stato così.

I Rabbini si interrogano sulla durezza della punizione, di fronte all’umanità della legittima manifestazione di paura che aveva attraversato il popolo di Israele. Potremmo dividere e scollegare la domanda, perchè è si lecito avere sentimenti di paura ma, se il Signore aveva promesso sin dai tempi di Abramo di dare al popolo ebraico la terra di Israele, avrebbe sicuramente facilitato l’impresa. Come si può, quindi, interpretare la punizione? Si può aver paura ma senza influenzare il giudizio degli altri, in particolar modo se il sentimento provoca scoraggiamento in mezzo al popolo, in un momento in cui era invece fondamentale unione e determinazione forte. L’aver agito diversamente esprime  l’inadeguatezza di quella parte del popolo, per le cui fragilità e insicurezze, non sarebbe riuscita a partecipare attivamente alle guerre di conquista.

L’altra cosa è la punizione reale, che deriva dall’aver parlato male della terra stessa: «va jozzihu dibbat ha arez ra’aà» – «ed espressero mal maldicenza contro la terra» (Bamidbar 13; 32). Torniamo sempre allo stesso eterno problema del nostro popolo che non perde mai l’occasione di praticare questo “sport” che continua a danneggiarci sempre in modo drammatico. Shelach lekhà è chiamata la parashà della lashon ha ra’, che non va fatta nemmeno contro le cose – le nostre cose; che provoca disastri e spaccature, dove tutti rimettono gran parte della propria esistenza provocando danni inestimabili, contro noi stessi.

Quante volte potremmo pensare di star zitti, prima di commettere danni.

I maestri della mishnà sostengono che è meglio il silenzio più di ogni altra cosa, poiché la maldicenza, ci si ritorce contro come un boomerang:
«[…] lo mazzati la guf tov mi sheticcà»
«[…] niente ho trovato di meglio per il corpo che il silenzio»
(Avot, 1; 16).



Shabbat Shalom e Chodesh Tov,
Rav Alberto Sermoneta

 
 
Un cordiale Shalom
  
Un cordiale Shalom

PARASHAT BEHA’ALOTECHÀ:

PARASHAT BEHA'ALOTECHÀ:

Venezia Ebraica - Jewish Venice
- A cura di Rav Alberto Sermoneta -

PARASHAT BEHA’ALOTECHÀ:

La parashà inizia con l’ordine impartito ad Aharon di preparare la menorà prima della sua accensione, tornando nuovamente a ripetere il modo come essa deve essere costruita. Poco più avanti la Torà tornerà ad impartire un nuovo ordine che è quello di fare due trombe d’argento – chazzozzerot kesef , che dovevano servire a richiamare il popolo all’attenzione, in alcuni particolari momenti della sua vita. Sia per la costruzione della menorà che per la costruzione delle trombe, la Torà adopera un particolare termine miqshà che tradotto in italiano, significa blocco unico.

Tentiamo ora di dare una sorta di spiegazione a questi due particolari “strumenti” che dovevano trovarsi nel Mishqan del deserto e successivamente nel Tempio di Gerusalemme:

  • la menorà doveva essere posta esattamente alla destra del parochet – la cortina di tessuto ricamato, che separava il kodesh, la parte sacra del Tempio (quella dove, oltre alla menorà si trovava l’altare d’oro per i sacrifici dell’incenso e il tavolo dei pani della presentazione) e il qodesh ha qodashim – il sancta sanctorum, dove aveva accesso esclusivamente il Sommo Sacerdote una volta all’anno e dove era contenuto l’Aron ha Berit – l’Arca del Patto.
  • Le chazzozzerot kesef – le trombe d’argento si trovavano esternamente a questi luoghi, ma pur sempre all’interno del Tempio ed erano custodite dai Cohanim.

Esistevano altre menorot, per illuminare il Tempio e altre trombe che erano usate dai Leviti come strumenti musicali, per accompagnare le offerte sacrificali, ma sia la Menorà che le chazzozzerot kesef, avevano uno scopo diverso. Esse erano usate per degli scopi ben precisi, unici nelle loro specie; e per entrambe esclusivamente era espresso, a proposito della loro costruzione il termine miqshà – blocco unico.

La menorà simboleggia il popolo di Israele e il rapporto con il Signore D-o, è divenuto, sin dalla prima Diaspora il simbolo del nostro popolo: basti leggere la Haftarà che leggeremo dopo la parashà questo shabbat. Le chazzozzerot kesef sono il simbolo anch’esse, in un certo senso del popolo, perché servivano proprio a far sì che esso, nel momento in cui erano suonate (era un momento particolare, come ad esempio per richiamare il popolo davanti alla Tenda della Radunanza o per uscire in guerra contro il nemico oppure nei momenti particolari di gioia in cui il popolo doveva offrire un qualche sacrificio festivo), il popolo doveva uscire dai loro accampamenti in modo compatto: tutti insieme ed uniti.

La parola miqshà quindi, è riferita proprio alla loro funzione, ossia quella che in alcuni momenti, era fondamentale che il popolo fosse unito – un unico blocco.

Questa è esattamente il nostro destino e la nostra vita; noi Ebrei quando siamo uniti e compatti, possiamo considerarci un popolo unico che nessuno potrà mai sconfiggere o sradicare.



Shabbat Shalom,
Rav Alberto Sermoneta

  
Un cordiale Shalom

Shabbat Nassò

-Shabbat nasò-

Venezia Ebraica - Jewish Venice
- A cura di Rav Alberto Sermoneta -

PARASHAT NASO‘:
 

Nella seconda parte della nostra parashà troviamo la descrizione dettagliata della cerimonia dell’inaugurazione del Mizbeach, l’altare dove venivano offerti i sacrifici all’interno del Mishkàn. Questi capitoli, suddivisi per tutti e gli otto giorni, vengono letti in concomitanza con la festa di Chanuccà, proprio perché in essi si leggono le offerte portate dai capi delle dodici tribù in occasione della cerimonia della chanuccat ha-mizbeach (lett. “l’inaugurazione dell’altare”).

Il preambolo alle offerte prende il titolo di birkat Cohanim – la benedizione sacerdotale; essa è composta soltanto da tre versetti, ma che destano in ognuno di noi una sensazione particolare, tanto da commuoverci, ogni volta che essa viene recitata. 

Nei giorni feriali, la “birkat kohanim” viene recitata soltanto la mattina, nella preghiera di Shachrìt, mentre nei digiuni, anche in quella pomeridiana di Minchà. Negli Shabbatot e nei Mo’àdìm, viene recitata nelle preghiere di Shachrit e di Musaf, mentre nel solo giorno di Kippur anche in quella di Neilà.

Nella Torà, nella parashà di questa settimana, appunto, troviamo un ordine ben preciso in cui si dice: «Parla ad Aaron e ai suoi figli dicendo loro, così benedirete i figli di Israele dicendo loro: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Rivolga il Signore il Suo volto verso di te e ti renda grazia. Alzi il Signore il Suo volto verso di te e ti conceda la pace. E porranno il mio Nome sui figli di Israele e Io li benedirò”» (Bamidbar 6; 23-27).

La caratteristica di questa benedizione è particolare, poiché per i sacerdoti è un dovere benedire il popolo di Israele, ma essi sono considerati da D-o soltanto il loro tramite.

Una spiegazione particolarmente profonda, viene riportata dal famoso commentatore cabalista “Ben Ish Chaij” (Ha-Rav Yossef Chayim z.tz.l. di Baghdad; 1835-1909) in cui, secondo una interpretazione del Rabbino Izchaq Luria z.tz.l., in cui si dice che il “chesed” uno degli attributi del Signore è chiamato “or – luce”, riguardo le cinque volte in cui la parola “or” viene ripetuta nella “Creazione”. Nello Zohar si insegna che, i Cohanìm vengono afferrati dal chesed e quindi dall “or” poiché, interpretando ciò che è scritto nella Torà «Yaèr A’ panav elekha vi chunnekka» – «rivolga il Signore il Suo volto verso di te e ti renda grazia» (Bamidbar 6; 25).

È per questo motivo che l’ordine ai sacerdoti è quello di benedire il popolo be ahavà – con amore!


Shabbat Shalom,
Rav Alberto Sermoneta


 

  
Un cordiale Shalom

Shabbat Bemidbar

-Shabbat BE HAR SINAI & BE CHUKKOTAI:-

Venezia Ebraica - Jewish Venice
- A cura di Rav Alberto Sermoneta -

                              

PARASHAT BEMIDBAR: 

Questo Shabbat inizieremo il quarto libro della Torà: Bemidbar (lett. “nel deserto”) poiché in tutto il libro vengono narrati gli episodi più salienti avvenuti durante i quaranta anni di permanenza nel deserto. Il nome attribuito al medesimo libro dalla traduzione dei LXX è Numeri, in virtù del censimento del popolo che troviamo proprio nelle prime pagine del testo.

La parashà di Bemidbar viene letta sempre lo Shabbat antecedente la festa di Shavuòt; vedremo di seguito alcune interpretazioni dei Maestri che si sono interrogati sul motivo di questa coincidenza.

Notariamo, infatti, che la regione desertica menzionata all’inizio della parashà sia proprio quella del midbar Sinai – il deserto del Sinai, la stessa località dove sorgeva il Monte Chorev, da dove il Signore Iddio pronunciò i Dieci Comandamenti e donò le Tavole della Legge a Mosè e al popolo ebraico. Analizzando la radice del termine deserto – MIDBAR – rileviamo un trilittero DBR  o DVR (דבר) che si legge DAVAR – parola, singolare di DEVARIM o DIBBEROT – parole, che richiamano gli “ASERET HA DIBBEROT o ASERET HA DEVARIM – LE DIECI PAROLE – I DIECI COMANDAMENTI”.

Siamo soliti considerare il deserto, la terra di nessuno, la terra del silenzio, immaginandoci quel luogo completamente privo di rumori se non quelli della natura. Invece è proprio nei luoghi più isolati che si può ascoltare la parola di D-o; non che l’ebraismo accetti la condizione di ascetismo, ma è il luogo in cui si percepisce meglio il verbo divino, con la possibilità che venga ascoltato da tutti coloro che voglio accettarlo.

Il percorso nel deserto è considerato come parte integrante alla preparazione della nascita del popolo, ‘Am Israel e all’ingresso in Erets Israel. Esso è quindi la fornace dove un metallo grezzo diviene prezioso, tanto da essere definito un “tesoro divino”; se ciò è stato il deserto, la Torà è considerata la fornace spirituale di esso.

La festa di Shavuot è quindi legata fortemente al libro di Bemidbar perché lo scopo della Torà è quello di far ritornare coloro che si comportano in modo errato nei confronti di D-o e nei confronti del prossimo, alla strada giusta e retta.

 

Shabbat shalom,
Chag Shavuot Sameach,
Rav Alberto Sermoneta,

  
Un cordiale Shalom

Shabbat BE HAR SINAI & BE CHUKKOTAI

-Shabbat BE HAR SINAI & BE CHUKKOTAI:-

Venezia Ebraica - Jewish Venice
- A cura di Rav Alberto Sermoneta -

                              PARASHOT BE HAR SINAI & BE CHUKKOTAI:

Anche questo Shabbat leggeremo due parashot, le ultime del libro di Vaiqrà. In questi brani troviamo le mitzvot telujot ba aretz (lett. “regole riguardanti Eretz Israel”), ossia il nucleo di normative con cui vengono regolate le acquisizioni di terreno, il raccolto e le decime, il rapporto con i servi, e le normative che caratterizzano l’anno Sabbatico e quello del Giubileo.

Leggendo attentamente queste regole, difficili da comprendere e soprattutto da mettere in pratica, sembra invece di trovarci davanti a statuti sindacali di era moderna. Il rispetto assoluto per la terra è, infatti, cruciale per la Torà; solo osservando tutto questo articolato sistema di norme relativo al suolo e ai cicli di interruzione del lavoro agricolo, l’uomo si garantisce di poter goder del prodotto del campo.

Nella seconda parashà, quella di Be chuqqotai, sono contenute le tokhachot, (lett. ammonimenti”), insegnamenti duri che debbono regolare la vita del popolo ebraico e il suo comportamento riguardo o meno l’osservanza della Torà.

Notiamo, quindi, la correlazione indissolubile tra la Terra di Israele, ‘Am Israel e il Signore D-o; è un legame a tre nodi e, D-o non voglia se ne spezzasse uno, accadrebbe l’impensabile. Il premio per il popolo che osserva la Torà è la Terra di Israele, mentre il suo castigo, per la trasgressione delle regole è la cacciata da essa.

Questa settimana leggeremo il quinto capitolo dei Pirqé avot; nel paragrafo 11 leggiamo:

“ vi sono quattro tipi di persone – colui che dice – quello che è mio è tuo e quello che è tuo è mio, è un ignorante; quello che dice – quello che è mio è mio e quello che è tuo è tuo è una persona di tipo medio mentre alcuni sostengono che è la caratterista di Sodoma, poiché non dicendo nulla di importante o di rilevante, cade nel più profondo dalla banalità.

C’è invece che dice – quello che è mio è tuo e quello che è tuo è tuo, questo è la caratteristica dei buoni; mentre chi dice – quello che è mio è mio e quello che è tuo è mio è un malvagio”.

Le parole dei nostri Maestri non hanno epoca, sono più attuali di quelle odierne e soprattutto esprimono un sentimento di grande dignità e onestà.

 

Shabbat shalom,
Rav Alberto Sermoneta,

 
  
Un cordiale Shalom

 

Shabbat Acharè Mot e Qedoshim

-Shabbat Acharè Mot e Qedoshim-

Venezia Ebraica - Jewish Venice
- A cura di Rav Alberto Sermoneta -

                                                  

                                         Parashot Acharè Mot e Qedoshim

Anche in questo Shabbat leggeremo due parashot. La prima, Acharè Mot, descrive in modo dettagliato la cerimonia che il Sommo Sacerdote officiava nel giorno di Kippur, culminante con il suo ingresso nel Qodesh haQodashim – il Santo dei Santi – ovvero la parte più interna e sacra del Tempio di Gerusalemme.

La seconda, Qedoshim, tratta delle norme che regolano i rapporti interpersonali, già accennate negli Aseret haDibberot (Dieci Comandamenti). Secondo i nostri Maestri, questa parashà sarebbe stata proclamata anch’essa sul Monte Sinai, contemporaneamente alla rivelazione dei Dieci Comandamenti. A sostegno di questa tesi, si richiama l’espressione iniziale: «[…] kol ‘adat benè Israel», ossia «[…] tutta la comunità dei figli d’Israele». I Maestri insegnano che ogni volta in cui nella Torà compare il termine ‘edà – “comunità” – si fa riferimento a un momento di particolare solennità. In questo caso, l’occasione è identificata con il Mattan Torà, ovvero il 6 di Sivan, giorno in cui l’intero popolo si radunò solennemente ai piedi del Sinai per ricevere la Torà.

Sebbene nella parashà non emerga esplicitamente una regolamentazione del comportamento “ben adam laMaqom” – ovvero nel rapporto fra l’uomo e il Signore – essa può essere dedotta dal primo versetto: «Qedoshim tihyu ki qadosh Anì A’ Elohekhem» – «Siate santi, poiché Io, il Signore vostro D-o, sono Santo». Ne consegue che la santità del popolo d’Israele non scaturisce unicamente dal rapporto diretto con D-o, bensì, ancor più, dal modo in cui l’individuo si relaziona con il proprio prossimo.

In questa parashà troviamo anche l’enunciato che è stato spesso ripreso da altre tradizioni religiose e che rappresenta il fondamento dei rapporti umani tra esseri creati a immagine divina: «Ve-ahavtà le-re’akhà kamokhà» – «Amerai il tuo prossimo come te stesso».

Pertanto, il rispetto e la considerazione verso il prossimo devono costituire il fondamento imprescindibile del rapporto tra l’Uomo e D-o. Solo così è realmente possibile amare D-o, osservando i Suoi comandamenti. Eppure, la storia ci ricorda tragicamente quanti milioni di esseri umani sono stati uccisi proprio nel nome dell’amore per D-o…

Shabbat Shalom,
Rav Alberto Sermoneta

Shabbat Sheminì

-Shabbat Sheminì-

Venezia Ebraica - Jewish Venice
- A cura di Rav Alberto Sermoneta -

                                                   Parashat Sheminì

Nella parashà che leggeremo questo Shabbat, la Torà narra gli eventi dell’ottavo giorno dell’inaugurazione del Mishkàn, culmine di una serie di preparativi che hanno incluso la costruzione del Tabernacolo, la confezione degli abiti sacerdotali e la realizzazione degli strumenti destinati al culto sacrificale, il tutto regolamentato in ogni dettaglio.

L’ottavo giorno (Sheminì) citato nella parashà rappresenta la fase conclusiva della cerimonia di Chanukkat ha-Mizbeach (dedicazione dell’altare), durata dodici giorni, corrispondenti al numero delle tribù di Israele, ognuna delle quali, a turno, ha offerto un sacrificio. Secondo l’insegnamento dei Maestri d’Israele, proprio in questo ottavo giorno – come promesso sin dalla parashà di Terumà – si manifesta la Shekhinà, la Presenza Divina, che discende dal cielo per posarsi sul Mishkàn. A tal proposito, la Torà afferma:

«Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e consumò sull’altare l’olocausto e i grassi. Tutto il popolo vide, esultò e si prostrò con il volto a terra» (Vaikrà 9,24).

Ciò che emerge da questo versetto è un principio teologico centrale dell’ebraismo: non è l’uomo ad ascendere al Divino, ma è Dio stesso a scendere verso l’uomo. Una concezione teologica che, ancora oggi, risulta difficile da accogliere per molte confessioni religiose estranee alla tradizione ebraica.

Questo momento segna non solo l’inizio operativo del Mishkàn, ma soprattutto l’instaurarsi di una relazione costante tra il popolo e la Presenza Divina. Gli esegeti colgono un parallelismo significativo tra l’espressione con cui si apre la parashà, “Vayehi bayom ha-sheminì” (“E fu all’ottavo giorno”), e il versetto inaugurale della creazione, “Vayehi erev vayehi boker yom echad” (“E fu sera e fu mattina, un giorno”). Come Dio prende parte attiva nella creazione del mondo, così sceglie volontariamente di manifestarsi nel Mishkàn.

Esiste, quindi, un nesso profondo tra Cielo, Terra e Mishkàn: così come Cielo e Terra sono i testimoni eterni dell’opera della Creazione, il Mishkàn rappresenta la testimonianza tangibile della presenza di Dio nel mondo e dell’alleanza indissolubile tra Dio, la Torà e il popolo d’Israele.

Questo Shabbat, il primo dopo la festività di Pesach, inizieremo la lettura settimanale del trattato mishnico “Pirkè Avot” (Massime dei Padri), che proseguirà per sei settimane, fino alla vigilia di Shavu’ot. Si tratta di un trattato composto da cinque capitoli canonici – più un sesto aggiunto successivamente, noto come Avot de-Rabbi Natan – contenente insegnamenti etici, massime e detti attribuiti ai Maestri delle generazioni tannaitiche.

Il primo capitolo, che leggeremo proprio questo Shabbat, include al suo interno la seguente mishnà (1:4):

«Jose ben Joezer di Zeredà e Jose ben Jochanan di Gerusalemme ricevettero la tradizione dai loro predecessori. Jose ben Joezer diceva: “La tua casa sia un luogo di ritrovo per i sapienti; copriti della polvere dei loro piedi e bevi le loro parole con sete.”»

Questa mishnà sottolinea l’importanza del rispetto verso i Maestri – un concetto che più avanti verrà esteso anche a chi ci ha insegnato una sola lettera – e incoraggia un atteggiamento di umiltà e dedizione nei confronti sia del loro esempio personale, sia del loro insegnamento. Ogni parola e ogni gesto del Maestro può rappresentare una fonte preziosa di crescita culturale e spirituale.

Forse oggi, più che mai, sarebbe necessario riscoprire e riaffermare questi valori fondamentali, in un tempo in cui spesso si è smarrita la percezione del rispetto dovuto a chi ha accumulato esperienza, conoscenza e dedizione al servizio degli altri e della tradizione.

Shabbat Shalom e Chodesh Tov,
Rav Alberto Sermoneta

Shabbat VII° di Pesach

-Shabbbat VII°di Pesach-

Venezia Ebraica - Jewish Venice
- A cura di Rav Alberto Sermoneta -

                                      Shabbat VII° di Pesach
YOM HA-EMUNÀ

 

Lo Shabbat che precede la festività di Pèsach è tradizionalmente denominato Shabbat ha-Gadol, “il grande Shabbat”. Secondo la tradizione rabbinica, tale appellativo si riferisce a un grande miracolo che ebbe luogo in quella data: gli Israeliti, ancora schiavi in Egitto, furono istruiti da Dio a prelevare un agnello – considerato una divinità dagli Egiziani – e a tenerlo in casa in vista del sacrificio pasquale. Questo atto, di forte valenza simbolica e religiosa, rappresentò non solo un gesto di ringraziamento verso Dio, ma anche una dimostrazione di coraggio e fedeltà. Era infatti un gesto provocatorio nei confronti della religione egiziana, che esponeva il popolo ebraico al rischio di rappresaglie. Tuttavia, proprio attraverso tale prova si manifestava la loro determinazione nel mantenere la propria identità e nell’aderire senza timore alla volontà divina. Secondo questa interpretazione, lo Shabbat ha-Gadol segnò un momento decisivo di maturazione collettiva, in cui il popolo dimostrò di essere moralmente e spiritualmente pronto alla redenzione.

Il settimo giorno di Pèsach, che ricorre il 21 di Nissan, è associato a un altro momento cruciale del percorso di liberazione: il passaggio del Mar Rosso. In questo giorno si legge la Shirat ha-Yam, il Canto del Mare, espressione liturgica e poetica dell’esultanza e della riconoscenza del popolo per la salvezza ottenuta. I Maestri della tradizione rabbinica definiscono questo giorno Yom ha-Emunà, “il giorno della fede”, a partire dal versetto in Esodo 14,31: «E gli Israeliti credettero nel Signore e in Mosè, suo servo». Questo atto di fede immediatamente precede l’evento profetico del canto, suggerendo, secondo l’insegnamento rabbinico, che la fede autentica costituisca un presupposto necessario per la rivelazione profetica.

La fede, in questo contesto, non è intesa come un’adesione irrazionale, ma come una fiducia profonda che si manifesta anche nei momenti di oscurità e incertezza. Come recita il Salmo 92,3: «Per proclamare al mattino la Tua bontà, e la Tua fedeltà nelle notti», l’atto di credere è particolarmente significativo durante le “notti” dell’anima – ovvero nei momenti più difficili, quando la luce della comprensione razionale viene meno.

La data del 21 di Nissan non è casuale: è infatti il giorno in cui, secondo la tradizione, avvenne l’effettivo attraversamento del Mar Rosso. Quel giorno rappresenta non solo la liberazione fisica del popolo, ma anche la nascita della sua coscienza spirituale, fondata sulla fede. È il compimento della promessa che Dio aveva fatto a Mosè al roveto ardente, quando gli annunciò che il popolo avrebbe creduto sia in Lui che nel suo emissario.

Il versetto conclusivo del capitolo 14 dell’Esodo – «E credettero nel Signore e in Mosè, suo servo» – introduce la Shirà e rivela un principio fondamentale: alla base di una fede collettiva duratura vi è non solo la fiducia in Dio, ma anche quella in se stessi e nei propri leader. La guida spirituale, rappresentata da Mosè, diventa elemento indispensabile per il consolidamento di un’identità nazionale e religiosa. L’assenza di tale fiducia mina le fondamenta stesse della vita collettiva, impedendo la formazione di un popolo unito e degno del nome che gli è stato attribuito: ‘Am Yisrael, il popolo d’Israele.


 

Shabbat shalom e Pesach kasher ve sameach
Rav Alberto Sermoneta

PARASHAT ZAV

-PARASHAT VA IKRA'-

Venezia Ebraica - Jewish Venice
- A cura di Rav Alberto Sermoneta -

                                      Shabbat Hagadol PARASHAT ZAV

 

La parashà di zav è la seconda parashà del libro di Vaikrà; come la prima, quella che abbiamo letto lo scorso shabbat, continua ad enumerare i sacrifici che dovevano essere offerti nel Mishkàn. Nel descrivere il mizbeach, l’altare dove venivano bruciati i sacrifici, la Torà insegna qualcosa che, nonostante l’ormai non consueta pratica dei sacrifici, è tuttora il simbolo del nostro popolo. È scritto infatti: «Esh tamid tukad ‘al hamizbeach lo tichbè» – «Un fuoco eterno brucerà sull’altare non lo spegnerai» (Vayiqrà 6; 6). Secondo l’interpretazione letterale tutto fila regolarmente: il fuoco che ardeva sull’altare del Tempio non doveva essere mai spento. Nella Mishnà infatti, vengono descritte le mishmarot – i turni – osservati dai Cohanim per sorvegliare che il fuoco che ardeva sul mizbeach rimanesse sempre acceso. I Maestri ci spiegano che non era un fuoco vivo, ma dei grossi tronchi di legno formavano una sorta di brace ardente, sul quale venivano bruciati i sacrifici, sia animali che farinacei.

Se razionalmente questo ricorda il periodo dei sacrifici, intimamente ci insegna che il fuoco è l’eternità, quella cosa che, se alimentata costantemente non finisce mai. Parimenti, se il popolo ebraico osserverà le leggi della Torà, mettendole in pratica ed insegnandole ai propri figli, tramandando loro le millenarie tradizioni,  esso sarà eterno come il fuoco del mizbeach.

Le tradizioni del nostro popolo hanno la forza di mantenerci in vita, nonostante i molteplici tentativi di annientamenti da parte dei nostri nemici, come noi, da ormai tremila anni circa, facciamo riguardo la storia della schiavitù egiziana, attraverso l’osservanza della festa di Pesach e la lettura della haggadà.

Non a caso la parashà di Zav coincide quasi sempre con il sabato che precede la festa di Pesach, che i nostri Maestri hanno denominato Shabbat ha gadol, non il sabato grande (altrimenti avrebbe dovuto essere shabbat ha ghedolà – perché il termine shabbat è femminile), ma il “Sabato del grande”, ossia del grande evento, che è quello a cui assistettero i nostri padri in Egitto, quando fu comandato loro di prepararsi all’abbandono di quel Paese, mentre i primogeniti egiziani, stavano morendo, colpiti dall’Angelo della morte.

È’ lo Shabbat in cui si trascorre più tempo in siangoga per ascoltare dal Rabbino e studiare tutte le regole che riguardano la preparazione alla festa che sta per entrare.

Una breve spiegazione riguardo l’augurio che a differenza delle altre festività, ci scambiamo prima e durante la festa: “pesach kasher ve sameach – una pesach idonea e gioiosa”. Solitamente per le altre festività ci auguriamo “chag sameach” o “mo’adim le simchà”; per pesach si sottolinea l’osservanza della kasherut. Qualcuno potrebbe chiedersi: “perché durante le altre feste la kasherut è facoltativa?”. La risposta è che la kasherut di Pesach è molto più complessa di quella delle altre festività o addirittura degli altri giorni. Per Pesach è prevista una serie di pulizie della casa, completamente diverse e assai più approfondite di quelle, seppur importanti delle altre festività o occasioni varie.

La trasgressione ai vari divieti che riguardano il cibarsi o possedere il chamez, prevede la pena più rigorosa – il caret – la pena capitale – pena proveniente direttamente da D-o, prevista soltanto per la trasgressione di pochissimi casi (fra cui il cibarsi di chamez a Pesach), considerati gravi, non solo per chi li commette, ma anche per la società che assiste a un simile comportamento.

È per questa ragione che non è sufficiente fare di propria iniziativa, ma è necessaria la collaborazione e le varie spiegazioni di una persona esperta, per non incappare nell’errore, di D-o ne guardi, di trovarsi in possesso di chamez o cosa che possa richiamarne la sua somiglianza, nel periodo della festa. Si usava nell’antichità trascorrere molte ore più del consueto, nelle varie Sinagoghe, durante questo sabato, per ascoltare e chiedere delucidazione ai Maestri, su come comportarsi correttamente nella preparazione alla festa e soprattutto per non commettere errori.

Possa il Signore renderci meritevoli di aver preparato per la festa di Pesach e per aver osservato le sue regole in modo scrupoloso e rigoroso, degni di quelle che furono le vicende che i nostri padri in Egitto vissero, con l’ideale di essere un popolo libero e degno del nome che portiamo: Israel.
 

Shabbat shalom e Pesach kasher ve sameach
Rav Alberto Sermoneta

PARASHAT VA IKRA’

-PARASHAT VA IKRA'-

Venezia Ebraica - Jewish Venice
- A cura di Rav Alberto Sermoneta -

                                                 Parashat Va-Ikrà
Con questa parashà inizia il terzo libro della Torà, il libro di Va-ikrà, noto anche come Torat ha-Korbanot (la Legge dei Sacrifici) o Sefer ha-Tarará ve-ha-Kedushà (il libro della purità e della santità).
È interessante notare che nella parola “Va-ikrà”, scritta sul Sefer Torà, l’alef appare molto più piccola rispetto alle altre lettere. Questo, secondo l’opinione dei Maestri, ha molteplici significati.

Il grande maestro cabalista Moshe bar Nachman, noto come Ramba”n, sostiene che questa sia una delle numerose occasioni in cui le lettere, le parole o le loro scritture (a volte complete, a volte mancanti) vengono modificate, dimostrando che la Torà, opera divina, è scritta con una sapienza ed una saggezza che dimostra continuamente..

Infatti, nel momento in cui Dio ha donato la Torà a Mosè, ha voluto evidenziare che ogni dettaglio, anche queste eccezioni lessicali e grammaticali, deve essere oggetto di studio e riflessione per chi si avventura nei suoi sentieri.

Non si tratta, quindi, come sostiene ancora il Nachmanide, di una stranezza, ma di un segno che il Signore ha voluto trasmettere attraverso un messaggio al popolo ebraico, stimolando continuamente la ricerca e lo studio della Torà, in ogni sua parte, come un’opera divina ricca di significati sempre più profondi, che vanno scoperti attraverso l’apprendimento.

Shabbat Shalom,
Rav Alberto Sermoneta